Fotografare con un 28 mm per raccontare la vita nelle strade è una scelta precisa, ti costringe ad entrare dentro la scena. Giacomo Cofano pur sapendo che non è una lente “comoda” la preferisce, perché con essa averte un coinvolgimento grazie al quale vive l’attimo del click alla pari dei soggetti che fotografa.
SEOUL A DISTANZA ZERO
Fotografare con un 28 mm non è una scelta tecnica. È una dichiarazione d’intenti.
Con un obiettivo del genere non puoi stare lontano. Non puoi osservare la scena da una distanza di sicurezza, non puoi isolare un dettaglio. Il 28 mm ti chiede di avvicinarti, di entrare nello spazio delle persone, di fare del tuo corpo parte della stessa scena che vuoi fotografare. È una lente che non lascia scampo, che obbliga alla presenza: fisica, emotiva, reale. Chi guarda attraverso un 28 mm non è mai uno spettatore neutrale. È sempre, in qualche misura, un complice.
Il mio rapporto con la fotografia è sempre stato così: viscerale, quasi ansioso. Ho bisogno di sentire la scena intorno a me prima ancora di scattare. Ho bisogno che la distanza tra me e ciò che vedo si azzeri, che smetta di esistere. Non ho mai cercato la prospettiva comoda di chi guarda dall’esterno. Preferisco l’imbarazzo onesto di chi è lì, in mezzo, e cerca di restituire quello che sente senza filtri. La fotografia, per me, è un atto di contatto prima ancora che di visione. Un gesto fisico, urgente, a volte irrazionale, ma sempre necessario. Non scatto per ricordare: scatto per capire che ci sono.
Seoul è stata la città perfetta per questa ossessione.
Una metropoli di dieci milioni di persone in cui tutto accade vicino, dove i mercati si sovrappongono ai templi, dove i vicoli di Ikseondong sfiorano i grattacieli di Gangnam, dove la gente cammina veloce ma non è mai davvero inaccessibile. Ho percorso i suoi quartieri, cercando quella distanza zero che dà il titolo a questa mostra. Non una metafora, ma una pratica quotidiana: avvicinarsi, rallentare, restare abbastanza a lungo da diventare parte di quella scena. Le fotografie che vedete nascono da questa esigenza. Sono immagini costruite sulla prossimità, sull’istante preciso in cui lo spazio tra me e l’altro smette di contare. Sono immagini in cui si sente il respiro, la tensione di uno
sguardo che incrocia il mio. Non c’è distanza di sicurezza, non c’è niente che protegga me né loro. Ogni scatto è un atto di esposizione reciproca: io mi avvicino, loro esistono, tra noi resta il momento.
Questa è la fotografia che so fare, e di cui ho bisogno. Mi piace documentare il mondo, ma anche toccarlo. Per dimostrare, almeno a me stesso, di esserci stato.























