Il viaggiatore è colui che accetta di perdersi, camminando non per arrivare ma per trasformarsi. Anche quando il tempo è breve, Simonetta Prestinenzi cammina alla ricerca dell’altro, per costruire una relazione di prossimità, di presenza, cogliendo la sospensione del tempo.
Giordania. Nel tempo sospeso
Fare street photography in Giordania significa negoziare continuamente con lo spazio e con lo sguardo dell’altro. Non sono le strade di New York o di Parigi nelle quali il fotografo è solo un altro atomo nel caos; qui la fotografia è un atto sociale, un confronto immediato che non permette quasi mai l’invisibilità. In questo contesto, l’approccio del fotografo deve necessariamente cambiare: non si può essere spettatori passivi, perché la realtà circostante richiede una presenza attiva e consapevole. La distanza di sicurezza tipica della fotografia occidentale qui viene meno, lasciando il posto a una dinamica di scambio costante.
Questa dinamica si fa ancora più densa a causa della tensione che attraversa la regione per via del conflitto israelo-palestinese: lungo il tragitto, i numerosi posti di blocco non sono solo ostacoli fisici, ma diventano parte integrante del paesaggio visivo, ridefinendo il limite tra ciò che è possibile inquadrare e ciò che richiede cautela. In questi momenti, la macchina fotografica smette di essere uno strumento neutro e si carica di una responsabilità maggiore: ogni scatto richiede una valutazione etica e umana, trasformando la street photography in una forma di testimonianza attenta ai sottili equilibri del territorio.
Nonostante queste complessità, la maggior parte delle foto scattate non sono frutto di un’osservazione nascosta, ma di un incontro frontale… ritratti di strada nati tra i marciapiedi di Amman, tra le spiagge di Aqaba o le soste lungo la strada che porta al deserto o al Mar Morto. In Giordania la strada non è solo un luogo di transito, ma uno spazio di negoziazione continua. È una fotografia di contatto, dove lo scatto non è un furto, ma l’esito di un sottile consenso visivo.
L’esperienza sul campo dimostra che l’obiettivo non è uno scudo dietro cui ripararsi, ma un mezzo di connessione. Fotografare in questi luoghi significa accettare che lo sguardo non è mai a senso unico: per osservare davvero, bisogna mettere in conto di essere osservati a propria volta. Questa reciprocità trasforma l’immagine in un documento d’intesa, dove il soggetto non è un elemento del paesaggio, ma il centro di una relazione che si concretizza nell’istante esatto dello scatto.
È un modo di fotografare che non cerca la perfezione estetica della scena rubata, ma la verità di un momento condiviso.
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