Viaggiare per incontrare l’altro, per conoscere e comprendere ciò che ci rende unici, non è un semplice attraversamento geografico, ma l’inizio di una relazione fatta di silenzi, di attese e di sguardi che si cercano nel segno di un rispetto condiviso.
Carlo Marrazza annulla ogni distanza entrando nella sfera empatica dell’altro, restando in equilibrio su quel filo invisibile che conduce alla fiducia reciproca. È da lì che l’autore comincia a fotografare per realizzare i suoi ritratti.
PRIMA DEL RITRATTO. Costruire una relazione in Etiopia
Viaggiare e fotografare persone sconosciute significa, ogni volta, attraversare una soglia. Non è solo una soglia fisica ma una soglia relazionale, fatta di distanza, curiosità reciproca e tempo condiviso. È lì che inizia il mio lavoro.
In Etiopia ho realizzato una serie di ritratti all’interno di diverse comunità, tra cui i Suri, i Mursi, gli Hamer e i Karo. Ogni immagine nasce da un incontro: dal tempo dedicato a conoscersi, dallo scambio di gesti, sguardi e parole semplici. Fotografare in questo modo significa accettare che il ritratto non sia mai immediato, ma l’esito di una relazione che si costruisce prima dello scatto.
Viaggiando molto e lavorando da anni in contesti simili, sono ormai abituato a queste situazioni. L’emozione dell’incontro resta sempre presente, ma si trasforma in attenzione, ascolto e rispetto dei tempi dell’altro. Questa esperienza mi permette di muovermi con naturalezza, di proporre un ritratto senza imporlo, di creare uno spazio in cui la persona fotografata possa sentirsi parte attiva dell’immagine.
Accanto ad un paio dei ritratti finali ho scelto di includere anche una fotografia del momento che lo precede o lo accompagna. Immagini che mostrano la relazione mentre prende forma: il guardare insieme una fotografia appena scattata, un sorriso inatteso, una distanza che si accorcia. Non sono fotografie di contorno, ma parte integrante del racconto, perché rendono visibile ciò che nei ritratti resta implicito.
Credo che negli sguardi delle persone fotografate si possa intuire la qualità dell’incontro che c’è stato. Il ritratto, per me, non è una semplice rappresentazione, ma una traccia di quel tempo condiviso: l’esito di un dialogo tra due persone che, fino a poco prima, erano completamente sconosciute.























