Al dramma della carenza di lavoro si sommano lo sfruttamento e la violenza sui luoghi di impiego. A pagare il prezzo più alto è il bracciante stagionale e quando il suo volto è quello di un uomo di colore, la brutalità di caporali e datori di lavoro si fa ancora più feroce.
Maria Pansini, con il suo linguaggio delicato e profondo, li invita simbolicamente a cercare riparo nella loro “coperta di Linus”, un gesto intimo, fragile ma necessario, contro un mondo che troppo spesso nega dignità e diritti.
UNDER THE BLANKET
In Italia gran parte dei braccianti agricoli impiegati nelle raccolte stagionali di frutta e ortaggi sono stranieri. Il lavoro nei campi è duro, sottopagato, quasi mai svolto sotto regolare contratto.
Gli immigrati che lavorano in questo settore restano perennemente nomadi, ogni due o tre mesi cambiano zona seguendo le raccolte stagionali, non hanno fissa dimora, si accampano nelle baraccopoli che sorgono nei pressi delle piantagioni oppure si riparano in ruderi abbandonati nelle campagne, privi di elettricità e acqua corrente.
La situazione più critica si registra in pieno inverno quando il lavoro diminuisce e il freddo sopraggiunge a rendere ancor più disagiata la vita di questi lavoratori.
In Puglia ho conosciuto un gruppo di braccianti africani, quasi tutti originari del Darfur (Sudan), erano accampati in un edificio fatiscente senza porte né finestre che viene chiamato con amara ironia “il Castello”. Durante l’inverno in questo luogo si rifugiano gli stranieri che lavorano per la campagna di raccolta delle olive. In oltre dieci anni gli uomini che hanno vissuto qui hanno lasciato i segni del loro passaggio: scritte e disegni sui muri, vecchie coperte.
Quando è sopraggiunta la neve gli immigrati sono stati ospitati per circa due mesi in un dormitorio in paese. Li ho visitati quotidianamente e mi hanno raccontato le loro storie, vite difficili segnate dalla distanza dai loro affetti e dalla costante precarietà. Dopo l’inverno sono ripartiti, si sono trasferiti nella baraccopoli di Borgo Mezzanone, uno dei ghetti del Tavoliere, la vasta pianura in provincia di Foggia e sono andata lì a trovarli.
Nei nostri numerosi incontri ho domandato loro di mostrarmi quali fossero gli oggetti importanti che accompagnano il loro viaggio, i tesori segreti dai quali non si separano mai, piccoli amuleti che rappresentano frammenti delle loro storie.
Ho chiesto infine di ritrarli e ho scelto di farlo con lo sfondo della coperta di ciascuno di loro, spesso unico riparo dal freddo, dalla luce, dal mondo esterno.















