Simonetta Prestinenzi possiede uno straordinario dono: quello del “colpo d’occhio”. La sua sensibilità le consente di cogliere l’essenza di una scena e di tradurla in immagini capaci di raccontare molto più di quanto mostrano in superficie. Con pochi fotogrammi riesce a costruire una narrazione coinvolgente, densa di atmosfere ed emozioni, che trascina l’osservatore al centro del fotogramma. Ogni scatto diventa così non solo documento visivo, ma esperienza immersiva, in cui lo spettatore si ritrova parte integrante del racconto, come se fosse chiamato a viverlo in prima persona.
LIFE IN BALAT
Balat è uno dei quartieri più vivi e contraddittori di Istanbul. Adagiato lungo il Corno d’Oro, conserva i segni del suo passato multiculturale. Qui la vita quotidiana si muove tra vicoli stretti, studenti delle scuole coraniche, giochi in strada, venditori ambulanti, anziani sulle sedie e tanti gatti.
Ho scattato queste fotografie circa dieci anni fa, quando vivevo ad Istanbul. Allora il quartiere era ancora lontano dai riflettori: un luogo popolare, imperfetto, ma pieno di vita reale. Questo racconto è un tentativo di restituire quell’atmosfera, quei momenti semplici che oggi, in parte, sono già cambiati.
Negli ultimi anni, Balat ha vissuto una trasformazione rapida. È diventato meta di turisti, fotografi, nuove attività commerciali e residenze ristrutturate. La gentrificazione ha portato con sé un’estetica più curata, locali alla moda e nuovi investimenti. A prima vista, il quartiere appare “rinato”, più attraente agli occhi dei visitatori e del mercato immobiliare. Ma questo processo ha anche un’altra faccia: l’aumento dei prezzi, l’arrivo di nuove dinamiche economiche e sociali, e soprattutto lo spostamento forzato di molte famiglie storiche, che non riescono più a permettersi di vivere nei luoghi dove sono cresciute.
In questa trasformazione si perde qualcosa di profondo: la quotidianità spontanea, l’autenticità dei rapporti umani, la memoria viva dei luoghi.
Le foto raccontano com’era Balat prima che iniziasse a cambiare: una dimensione semplice, fatta di volti familiari, abitudini radicate e di una bellezza disordinata che non cercava di piacere a tutti.
Un quartiere in bilico, sospeso tra memoria e trasformazione.
Un invito ad osservare, prima che il tempo riscriva ogni cosa.



















