Elena Prola osserva con lo sguardo della fotografa gli adolescenti, li racconta all’interno di un luogo che nel tempo si è trasformato in un contenitore di arte e cultura. Qui, gli adolescenti, vivono un ritmo lento ricco di incontri, ascolto, intimità.
È da stesi che si vedono le nuvole
“[…] solleviamo i piedi anche solo qualche centimetro sopra il pavimento […], cessiamo di essere soldati nell’esercito dei verticali; diventiamo disertori. […] capaci di guardarci attorno, di guardare in alto, di guardare, per esempio, il cielo.”
Della malattia | Virginia Woolf
C’è una forma di diserzione silenziosa nel semplice gesto di stare stesi a guardare le nuvole, come se per un attimo ci liberassimo dal peso di dover sempre reggere il mondo sulle spalle.
È così che li ho visti per la prima volta, le ragazze e i ragazzi che abitano di giorno il Carroponte di Sesto San Giovanni: i loro corpi distesi mi hanno riportato alle parole di Virginia Woolf in On Being Ill, quando parla delle posture cui si è costretti dalla malattia come possibilità di diserzione dall’“esercito dei verticali”. Mi sono chiesta se anche loro, inconsapevolmente, stessero disertando un certo modo di stare al mondo: quello che ci vuole sempre produttivi, performanti, in piedi.
Tra il 2024 e 2025 li ho ritratti, intervistati, ho raccolto le loro storie. C’è Luca e i suoi capelli tagliati male, i novanta giorni passati a fotografarsi per tornare a potersi guardare, fino a scoprire che quel disagio poteva diventare mestiere. C’è Laila, che vive da quando è nata in una casa famiglia e viene qui da sola per sedersi in mezzo al palco e “stare un po’ nel chill”. Alice confessa che a volte vorrebbe vomitare tutto e ricominciare. Elia invece ha chiuso una storia per non accontentarsi della superficialità.
Il Carroponte è uno luogo oggi riconvertito in spazio per concerti, ma porta ancora i segni del suo passato industriale, di una città che era chiamata la Manchester d’Italia. Mi interessava proprio questa metamorfosi: la sua capacità di conservare la memoria della lotta operaia e, allo stesso tempo, di accogliere nuove forme di vita.
Attraverso le loro parole e le loro storie, ho intravisto un legame profondo tra le forme di resistenza collettiva del passato e quelle di oggi, individuali, intime, ma non meno radicali. Per questo ho deciso di avviare anche una ricerca (attualmente in corso) nell’archivio della Fondazione ISEC — Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea — esplorando fotografie e documenti del boom industriale, per rintracciare posture e parole legate alla richiesta di verticalità.
Questo progetto interroga la fragilità — dei luoghi e delle persone.
In fondo, periferia e adolescenza parlano la stessa lingua: sono soglie, spazi porosi in cui la vulnerabilità si mostra per rivendicare il proprio esistere.
Guardare la postura diventa allora un gesto politico.
Perché il modo in cui un corpo si inclina e si sporge, rivela una diversa possibilità di stare al mondo.
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