Fermarsi sull’orlo, nel tempo sospeso di una ultima riflessione, per intravedere prima del buio, in lontananza, dignità, fiducia e relazioni, diventa un atto di amor proprio grazie al quale si ritrova il senso e la misura di un equilibrio interiore.
OLTRE IL MARGINE, C’è l’abisso
Oltre il margine, c’era l’abisso.
A. lo sapeva bene. Lo aveva visto come una variante alla vita.
A. lo sapeva bene. Lo aveva guardato da vicino troppe volte, l’abisso lo abitava. Si insinuava nei suoi pensieri, nei risvegli agitati in cui il peso sul petto era insopportabile.
L’alcool era stato il suo compagno di viaggio, il veleno che lo aveva lentamente allontanato da tutto ciò che contava davvero. Aveva perso la fiducia in se stesso, le relazioni si erano sgretolate come sabbia tra le dita, e la dignità sembrava un’eco lontana, un ricordo sbiadito di un figlio, marito e padre che un tempo era stato. Poi, l’ennesimo scivolone. Il fondo che pensava di aver già toccato si era rivelato ancora più profondo. Una notte di solitudine, una bottiglia tra le mani, il peso insostenibile della vergogna.
Era sull’orlo, un altro passo, poi l’abisso.
Un frammento di lucidità, un pensiero appena più forte del dolore, voleva vivere. Non solo esistere. Voleva ritrovare il calore di un abbraccio sincero, il sorriso di chi ancora credeva in lui. Voleva dare un senso al nuovo futuro.
Non è stato facile.
Ogni giorno è stato un corpo a corpo con le proprie debolezze, con i fantasmi di un passato che sussurravano che fosse troppo tardi. A. si è affidato a mani amiche, a parole di incoraggiamento, alla forza dell’amore che non ha mai smesso di circondarlo.
E poi c’è lui. Suo figlio.
Nei giorni peggiori, A. si è vergognato di guardarlo in faccia. Si è sentito indegno. Non riusciva a reggere il coraggio silenzioso di quel bambino che, nonostante le difficoltà, affronta la vita con una forza che lui stesso non ha mai avuto.
Suo figlio, è stato proprio lui a dargli la spinta per risalire. L’idea di essere un padre migliore, di esserci davvero, di stringerlo senza il peso della colpa. Ogni passo verso la quotidiana fatica è stato un passo verso di lui, senza nessun filtro.
Ora, A. cammina nuovamente, vede ciò che compie, riconosce il peso del passato, lo controlla.
La famiglia, il lavoro, le passioni, tutto ha ritrovato un senso, l’esatta collocazione.
E l’abisso? è ancora lì, ma lui lo guarda dall’alto. Non lo teme.















