Foto Diego crede profondamente nel valore sociale dello sport come strumento di crescita, inclusione e condivisione. Il suo impegno nel supportare ViviCittà nasce dalla volontà di sostenere non solo le performance, ma soprattutto le persone ed i valori che lo sport rappresenta.
LO SPORT SENZA PODIO. Ciò che resta quando finisce la gara
In in’epoca dominata dalla competizione, dalla ricerca ossessiva del risultato e dalla misurazione continua delle performance, torna spontaneo interrogarsi sulla validità di un principio che ha fatto la storia dello sport moderno: “L’importante non è vincere, ma partecipare”.
Questa celebre frase, attribuita a Pierre de Coubertin, padre dei Giochi Olimpici moderni, sembra oggi quasi controcorrente. In una società che premia il successo immediato, la visibilità ed il primato, il valore della partecipazione rischia di apparire come un concetto romantico, forse persino ingenuo. Eppure, mai come oggi, questo motto conserva una forza straordinaria.
Lo sport, nella sua essenza più autentica, non è solo competizione. È incontro, condivisione, crescita. È uno spazio in cui individui diversi per età, provenienza e cultura possono ritrovarsi uniti da regole comuni e da un obiettivo condiviso. In questo senso, la manifestazione sportiva ViviCittà promossa dalla UISP, tenutasi a Bari, domenica 12 aprile, accoglie in pieno il messaggio di Pierre de Coubertin, assumendo una dimensione profondamente sociale: partecipare significa esserci, contribuire, riconoscersi parte di una comunità.
È proprio qui che il motto olimpico ritrova la sua piena attualità. Partecipare non significa rinunciare a vincere, ma riconoscere che il valore dell’esperienza sportiva va oltre il risultato finale. Significa dare importanza al percorso, all’impegno, alla condivisione. Significa, in fondo, restituire allo sport la sua funzione educativa e sociale.
Se è vero che la competizione può essere uno stimolo positivo, capace di spingere al miglioramento personale, è altrettanto vero che, quando esasperata, rischia di generare isolamento, frustrazione e divisione. Lo vediamo non solo nello sport professionistico, ma anche nei contesti amatoriali e giovanili, dove la pressione del risultato può talvolta oscurare il piacere del gioco.
Al contrario, lo sport vissuto secondo principi sani diventa una straordinaria forma di aggregazione ed in una società sempre più individualista e competitiva, riscoprire questo principio può rappresentare un atto quasi rivoluzionario. Perché, forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno di spazi in cui non conti solo arrivare primi, ma sentirsi parte di qualcosa.
Per il reportage un grazie ad Antonella Borraccesi, Michele Lasaracina e Giuseppe Serri, allievi della Scuola Spaziotempo























