Viaggiare per conoscere non è soltanto raggiungere una destinazione, ma imparare a guardare con occhi nuovi, ascoltare ciò che è diverso da noi e ritrovare, nelle storie degli altri, qualcosa che ci appartiene perché il viaggio autentico non si misura in chilometri percorsi, ma in ciò che cambia dentro di noi.
DISGRESSIONI CAMBOGIANE
Spesso quando si rientra da un viaggio come quello intrapreso in Cambogia, la prima domanda che ti viene posta è “siete stati lì per fotografare la povertà?” e la risposta conseguente è “Siamo stati lì per fotografare l’umanità”, un’umanità lontana dal nostro quotidiano, un’umanità fatta di sorrisi e semplicità, un’umanità che profuma di amore.
La Cambogia è una terra che ti stringe, che ti avvolge, che ti soffoca, che ti conforta e ti ama, una terra fatta di colori intensi e di odori acri dei sui mercati, del rumore assordante del traffico e dei sorrisi sinceri della gente, di un rispetto rigoroso verso le proprie tradizioni culturali e culinarie; il popolo cambogiano è orgoglioso di mostrare se stesso nella sua quotidianità considerandola un dono prezioso da offrire agli occhi di ogni singolo visitatore. Le immagini proposte in questa piccola raccolta potrebbero apparire forti ad un occhio estraneo, ma in realtà rappresentano lo scandire del tempo lavorativo o ludico di ogni singolo o gruppo di individui, uno scandire lento ed organizzato che a distanza di tre giorni incominci ad apprezzare sempre di più perché esprime la totale essenza cambogiana consentendoti di raccontarla con gli occhi ed il cuore di chi è capace di apprezzare un mondo diverso dal proprio.
La macchina fotografica spesso può suscitare diffidenza e creare un distacco con il mondo che si vuole raccontare, ma in questo caso l’autore è riuscito ad estrapolarne il potere immenso che questo oggetto possiede permettendogli di cavalcare rapidamente il dislivello che si interpone tra il fotografo e la realtà che lo circonda offrendoci così un bianco e nero dinamico, sfocato, indefinito come voler rappresentare una carta d’identità delle sue emozioni perché alla fine dei conti fotografare gli altri significa fotografare se stessi.
Teresa Simone
Cambogia 2024 con Reflex f3.5 – pellicola Kodak Trix400@800



















