L’autore restituisce uno sguardo personale su un quartiere che, lontano dalla monumentalità più celebrata di Roma, rivela nella notte la propria natura architettonica e le contraddizioni della metropoli contemporanea. La selezione fotografica compone una narrazione sospesa, in cui luci, geometrie e spazi di passaggio diventano elementi da osservare. Francesco Lupò non cerca di spiegare l’EUR, ma di attraversarlo, lasciando emergere ciò che la luce del giorno spesso nasconde.
24 R U E
L’EUR, fin da quando studiavo architettura, mi ha sempre appassionato. Lo avevo visitato durante un viaggio d’istruzione ma, soltanto vivendo a Roma, ho cominciato a conoscerlo davvero. Ho capito subito che avrei voluto raccontarlo a modo mio, da fotografo. Ho scelto la notte per farlo: non perché le cose diventino più misteriose, ma perché penso diventino più vere.
Di giorno Roma parla troppo: con le sue pietre, le cupole e le fontane, offre al visitatore i simboli della sua grandezza. Ma spingendosi a sud-ovest, oltre le ultime certezze monumentali, la città cambia voce. Di notte il quartiere non tace, sussurra: attraverso cartelli blu e guard-rail, rampe sopraelevate, luci intermittenti e finestre accese in uffici vuoti. Una facciata di vetro, privata del sole che la rende trasparente, diventa una parete nera perforata da quadrati di luce. Un parcheggio, di giorno vasto e anonimo, si riduce a una serie di ellissi pallide sotto i lampioni. Un cavalcavia, al mattino solo un passaggio di vite frenetiche, dopo il tramonto assume la forma di una decisione sospesa nell’aria. E poi i corridoi esterni, le aree di carico, gli accessi laterali, le vetrine vuote, i muri di contenimento, i piazzali lasciati in consegna alle automobili.
Scattando, ho trovato una risposta a ciò che avevo davanti. Ho selezionato ventiquattro foto in tutto, raccogliendole in una cartella chiamata EUR 42. L’EUR 42 era il nome di una promessa: una città esposta al mondo, un ordine reso visibile, un progetto capace di dare forma al futuro. Letto al contrario, 24 RUE non promette nulla. È solo un nome riflesso, una sigla che, persa la propria origine, può ricominciare a significare.
Spesso ho aspettato l’ultima figura umana ridotta a silhouette, il tremolio di una luce in un parcheggio, passi in allontanamento, suoni ovattati. Ho atteso la notte non per spiegare la periferia, ma per mostrarla nel suo nudo meccanismo: luci che sorvegliano, strade che deviano, vetri che separano, spazi che attendono un passaggio senza mai diventare destinazione.
Ho scelto dodici immagini per mostrare che la periferia non è ciò che rimane quando la città finisce, ma il luogo in cui la metropoli, smettendo di recitare la propria importanza, lascia affiorare tutte le sue contraddizioni.















