“Mi sento madre di mia madre” è una dichiarazione che apre uno spazio intimo. L’autrice si mette a nudo raccontando un legame in cui i ruoli tradizionali di madre e figlia si trasformano, si confondono e si ridefiniscono. Ne emerge una narrazione personale che attraversa l’amore, la cura e la vulnerabilità, restituendo la complessità di una relazione in cui prendersi cura dell’altra significa, a volte, imparare a riconoscere anche se stesse.
DETTA: MADRE. NOTE DI UN’INVERSIONE
“Sono figlia. Non sono madre. Mi sento madre di mia madre.”
Ho iniziato a fotografare mia madre il giorno stesso in cui il mio primo psicoterapeuta mi disse che rischiavo di investirla in retromarcia. “Per errore, mica volutamente…”: disse proprio così. Mentirei se dicessi che non lo ritenni plausibile. E così chiesi aiuto alla mia macchina fotografica, strumento con il quale avevo già iniziato ad esplorare campi minati della mia storia personale. Il gesto — oltre 15 anni fa — partì come un salvavita, con l’urgenza di porre un filtro fra quello che credevo di sapere e quello che, scavando, scoprivo. Di me, e non solo di me. Osservando mia madre, studiandola per non“investirla”, mi sono ritrovata ad osservare il sistema che ha reso il sacrificio femminile una norma, la cura una funzione naturale — silenziosa e data per scontata — in cui autonomia e riconoscimento non sono stati possibilità reali, ma mancanze strutturali. Con il tempo capivo che quello a cui assistevo era uno slittamento di ruoli all’interno della relazione madre-figlia e ciò che lo provocava non risiedeva in mia madre ma nel sistema in cui mia madre – e non solo lei – era stata educata. L’inversione dei ruoli che osservo e vivo oggi non è un fatto privato. Non ci siamo solo io e mia madre. È l’esito del sistema che ha sempre indebolito l’autorità e la centralità delle donne. Anche in famiglia. A volte, soprattutto in famiglia.
Grazie alla fotografia e alle domande che portava con sé, ho spogliato la persona dalla figura, sottraendo mia madre dalla colpa individuale e ritrovando quella colpa nel ruolo che le è stato assegnato, che in parte è stato assegnato a tutte noi. In quel preciso momento il mio sguardo si è indirizzato e, travestito da sguardo tradizionalmente materno, ha iniziato a registrare il tempo, i passaggi, le vicissitudini, la decrescita. La nostra esistenza.
Nessuna denuncia, solo un racconto — di una vita, di due vite, di tante vite che si intrecciano fra loro e con tutto il sistema di credenze e simboli che abita il Sud, la campagna, la cultura contadina e che, costruendo le gabbie nelle quali mia madre si è mossa, ha costruito tutto il sistema di paure che quotidianamente metto a fuoco e cerco di superare.
Intanto mi domando ancora dove stavamo andando quando siamo partite.























