L’edizione 2026, con il suo What if?, pone una domanda “aperta”, che non offre risposte ma invita alla riflessione e, proprio per questo, si fa promotrice di un pensiero critico.
Il PhEST ha avuto il merito, in questi anni, di portare la fotografia fuori dalla sua dimensione più autoreferenziale. A Monopoli l’immagine entra nella città, dialoga con l’architettura, con il paesaggio, con la storia e con le persone che quella città la abitano e la vivono. È forse questa una delle sue qualità più importanti, aver compreso che un festival non è soltanto una somma di mostre, ma un luogo temporaneo di confronto, capace di mettere in relazione immagini, autori e pubblico.
Viviamo immersi nelle immagini. Le produciamo continuamente e le consumiamo con una velocità che spesso non lascia loro il tempo di sedimentare. L’intelligenza artificiale, inoltre, sta mettendo profondamente in discussione il rapporto tra fotografia, realtà e verità. In questo scenario, esporre lavori capaci di porre interrogativi su cosa significhi ancora guardare, e non semplicemente vedere, assume un valore particolare.
Per questo considero ancora attuale e necessaria la funzione “educativa” della mostra fotografica. In un tempo nel quale l’immagine rischia di diventare sempre più veloce, indistinta e sostituibile, fermarsi davanti a una fotografia, attraversarne il linguaggio e comprenderne le intenzioni rappresenta già un esercizio di consapevolezza. Il Festival di Monopoli assolve magnificamente a questa forma, “convenzionale” di mettere in scena gli autori e le loro opere, restituendo alla fotografia il tempo necessario per essere osservata.
Ciò non significa che la fotografia non debba cambiare pelle. Al contrario, è chiamata a confrontarsi con contaminazioni e proprio per questo deve anche interrogarsi sui propri confini, oggi sempre meno definiti, e sul proprio ruolo all’interno di un ecosistema visivo che tende a confondere documento e finzione, esperienza e rappresentazione, realtà e costruzione artificiale.
Da questo punto di vista, a mio giudizio, What if? è molto più di un tema curatoriale, è un invito a fermarsi, a interrogare ciò che vediamo e, soprattutto, il modo in cui lo guardiamo. Un invito a leggere la fotografia non soltanto come rappresentazione del presente, ma come strumento per comprendere le trasformazioni della società contemporanea.
Ed è forse proprio qui che risiede il merito più significativo di questa edizione e della direzione artistica di Giovanni Troilo, aver posto una domanda senza la pretesa di chiuderla con una risposta, lasciando che siano le immagini, gli autori e lo sguardo di chi le attraversa a costruire il proprio possibile what if?.
Tra gli autori in mostra segnalo:
Shadows and Mirrors — Vivian Maier
. Una selezione di autoritratti e immagini in cui la Maier utilizza vetrine, specchi, ombre e riflessi per entrare nella scena senza diventarne realmente protagonista.
Metropolis — Horst von Harbou . Lo storico film realizzato nel 1927 è incredibilmente contemporaneo. Le fotografie di scena ripercorrono l’immaginario cinematografico di Fritz Lang.
Outland — Roger Ballen . Figure umane sospese tra realtà e immaginazione. Ballen costruisce immagini che sembrano provenire da un mondo parallelo. In realtà è una riflessione che indaga sulla condizione umana.
Northern Swell – Noway recordings. Noway recordings, pseudonimo dell’autore, descrive con tre video scenari incredibilmente contemporanei contrapponendo la forza della natura all’arroganza dell’essere umano.
When Buddha Stopped Smiling — Chinky Shukla. I danni causati dagli esperimenti nucleari condotti nel deserto del Rajasthan, nel secolo scorso, sono al giorno d’oggi ancora terribilmente visibili.



















