Ad oltre quarant’anni dal sisma che colpì l’Irpinia, constatare come in alcune zone permangano ancora disagi è un fatto che mortifica profondamente il senso di dignità collettiva. Ad Avellino esiste tuttora un’area di prefabbricati pesanti realizzati in seguito al terremoto dell’Ottanta, all’interno dei quali vivono famiglie costrette ogni giorno a fare i conti con la fatiscenza di edifici inadatti ad accogliere una vita dignitosa.
40 e non vederli
«40 e non vederli» è un reportage giornalistico realizzato tra il 2019 e il 2020 nei quartieri periferici di Avellino che resta vivo in tutta la sua cruda realtà: la triste quotidianità catturata nelle immagini non trova, infatti, soluzione alla continuità.
Nelle abitazioni dei quartieri periferici di Avellino, a 45 anni dal sisma del 23 novembre 1980 (40 al momento del reportage), vivono ancora migliaia di persone in condizioni di diffuso degrado, sociale e urbano. Le 40 foto scattate, per lo più, all’interno dei prefabbricati pesanti installati negli anni successivi al terremoto danno la cifra della rassegnazione alimentata dalla privazione del diritto ad abitare una casa dignitosa.
Appare evidente il vuoto istituzionale che ha generato crepe in un tessuto sociale già deteriorato da esperienze di vita vissuta ai margini. Le istituzioni, con interventi di riqualificazione più o meno discutibili, hanno restituito degrado al degrado: laddove c’era bisogno di disegnare bellezza, hanno tratteggiato un elogio della bruttezza: Qattrograna Ovest, Bellizzi, Rione Parco, il Rione Volani, le stecche di via Morelli e Silvati e via Nicolodi, via Amatucci e via Penta nella frazione Picarelli, le case bianche dietro al centro storico di Valle. Quelle vecchie e quelle nuove, tutte se ne cadono a pezzi.
E dove non ci stanno le case, dove sul terreno non hanno costruito ancora niente, ci sono epoche stratificate di rifiuti. Riserve naturali. Queste sono zone fuori dall’ordine sociale. Dove chi per necessità chi per un’assurda questione di opportunità continua a vivere. Alimentando il peggiore scontro di civiltà nato dalle macerie del terremoto. In qualche modo, siamo tutti testimoni, artefici e colpevoli del fallimento di un’idea di città, ma pure di un progetto umano. Rassegnati come siamo alla mediocrità siamo tutti vittime e carnefici. Manca più di tutto quella ricerca, invece necessaria, di un «rammendo delle periferie» perché «le periferie sono la città del futuro», come da tempo suggerisce Renzo Piano. E allora è questa la più grande scommessa urbana dei prossimi decenni: le periferie diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili?
(Antonello Plati, giornalista de Il Mattino)



















