Lavoro, famiglia, pochi amici e gesti abitudinari danno forma a un’esistenza che, agli occhi dei più, potrebbe apparire normale, persino noiosa. Il contadino di Faeto ha scelto questa strada con naturalezza, trasformandola in una silenziosa lezione di umiltà e dignità, capace di restituire valore al quotidiano.
IL CONTADINO DI FAETO
Sui monti della Daunia Faeto, piccolo borgo Pugliese della provincia di Foggia, rappresenta, insieme al vicino Celle San Vito, l’unica minoranza linguistica franco-provenzale del Sud Italia.
L’uomo in fotografia fa parte di questa comunità: non parla lingua diversa da quella che conosce, non ha mai lasciato il luogo in cui vive, non ha mai fatto una richiesta di analisi cliniche, non è mai stato in ospedale.
Vive nel perimetro della sua proprietà, con la moglie.
Il Contadino di Faeto è una storia scritta nel 2011, pubblicata solo di recente ed ogni file è nella sua forma originale.
Se da un lato questo racconto può essere interpretato come un reportage sociale, dall’altro rivela una dimensione più profonda ed intima, essenzialmente umana, intrecciata al concetto di dignità che oggi sembra smarrito. La dignità, nel suo significato democratico che si configura come fondamento imprescindibile della libertà individuale.
Tra la bellezza dell’incontro ed il privilegio dell’ospitalità ricevuta, ho sentito il dovere, per ogni fotogramma che ho realizzato, di rispettare quella dignità che traspariva con forza dagli sguardi e dalle posture spontanee del contadino e di sua moglie.
Le immagini, dodici, le presento come metafora del tempo che inesorabilmente scorre, richiamando i dodici mesi dell’anno o le dodici ore segnate sul quadrante di un orologio. Ho immaginato il bianco e nero soltanto per la prima e l’ultima fotografia, a raffigurare l’inizio e la fine di un anno, o di un giorno. Nel mezzo si colloca il fluire del quotidiano, vissuto insieme, in resistenza alla modernità e alla velocità che troppo spesso il genere umano impone a se stesso.
In questo spazio emerge l’altra faccia del tempo: quello interiore, lento, capace di trattenere le cose provenienti da un passato lontano, lasciando nel presente solo i due protagonisti — il Contadino di Faeto e sua moglie — uniti da una complicità fatta di gesti e di amorevole forza.
Nei loro sguardi ho riconosciuto una bellezza disarmante, dove umiltà e dignità si fondono con naturalezza, restando immuni da ogni contaminazione esterna.















